A Beirut un’esperienza interessante sull’antirazzismo e i lavoratori migranti

A Beirut un’esperienza interessante sull’antirazzismo e i lavoratori migranti

Il racconto di Carla Cocilova (ARCI Toscana) al rientro dalla visita in Iraq dove sono stati inaugurati due centri giovanili nell’ambito di un progetto di inclusione sociale per le minoranze portato avanti da ARCI Toscana. 
Quella libanese è una società in cui la guerra civile ha lasciato non solo cicatrici, ma ferite ancora aperte e profonde. Una società di stampo comunitario e confessionale, che si regge su un equilibrio precario, sempre sull’orlo di nuovi scontri, e con una situazione complessa sul fronte immigrazione.A fronte di circa 4 milioni di libanesi, in Libano ci sono oggi 1.400.000 profughi siriani e 400mila profughi palestinesi. Proprio l’afflusso di profughi dal confine siriano, negli ultimi 4 anni, ha portato alla nascita di molte nuove associazioni che ogni giorno, tra mille difficoltà per noi inimmaginabili, si impegnano per costruire un percorso di dialogo tra i diversi gruppi.Una delegazione di Arci Toscana si è recata in questi giorni in Libano per verificare lo stato dell’arte di un percorso che la vede da anni impegnata su quei territori e per incontrare, tra gli altri, i rappresentanti di una delle associazioni più attive nella zona di Beirut: ARM – Anti Razism Movement, nata 3 anni fa grazie all’impegno di un gruppo di giovani volontari, per difendere i diritti dei migranti. ARM, in collaborazione con i leader delle comunità migranti, conduce un puntuale lavoro promuovendo con iniziative e campagne l’auto-organizzazione delle diverse comunità, con un focus sulle lavoratrici e sui lavoratori migranti, soprattutto collaboratrici e collaboratori domestici, vittime di un sistema di sfruttamento legalizzato.Sono circa 250mila, infatti, i lavoratori migranti in Libano che, per la maggior parte, sono sfruttati grazie a leggi sul lavoro discriminatorie, e non hanno regole e norme di riferimento che disciplinano il loro specifico settore. Tutto questo è possibile grazie a una legge sull’immigrazione che trova il suo fondamento sul così detto ‘sistema di sponsorizzazione’ – nei fatti non molto distante dall’idea che era alla base della legge Bossi-Fini – che esclude la possibilità di visti turistici per chi proviene da alcuni paesi, soprattutto del sud-est asiatico e Africa centrale, e prevede che l’ingresso in Libano e il rilascio del permesso di soggiorno sia subordinato all’invito da parte di un datore di lavoro che poi, di fatto, dispone del lavoratore. Il lavoro di ARM è di un’importanza e concretezza tali che, entro il 2016, l’associazione passerà da 1 a 3 centri nella zona di Beirut (dove più alto è il numero di migranti) e ad oggi è frequentata da circa 200 persone, per la maggior parte donne, lavoratrici domestiche che hanno imparato a organizzarsi per rivendicare i propri diritti, tanto da guadagnarsi, all’inizio del 2015, finalmente, anche la difesa da parte del sindacato, con la nascita di una nuova categoria che rappresenta circa 500 persone iscritte, e la cui classe dirigente si sta formando proprio insieme e grazie ad ARM.Una realtà determinante per la formazione di una consapevolezza dei propri diritti da parte delle fasce più deboli, con la quale scambiarsi buone pratiche e aprire un confronto su tutto il mondo mediorientale.Un percorso che crediamo debba essere al centro di una più ampia costruzione di una rete per i diritti dei migranti nel Mediterraneo, percorso nel quale Arci Toscana vuole investire il suo impegno nei prossimi mesi.

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