Codice Ong: un’operazione intimidatoria verso le organizzazioni umanitarie

Codice Ong: un’operazione intimidatoria verso le organizzazioni umanitarie

Hanno rimosso ieri i metal detector posti alle porte di accesso della Spianata di al-Aqsa di Gerusalemme. La settimana precedente, nella Città Santa, ma non solo, si è verificata un’ulteriore dimostrazione della precarietà degli equilibri in atto nell’area e di come ogni volta la messa in discussione di principi, anche inerenti al diritto internazionale, sia all’ordine del giorno delle scelte politiche del governo israeliano in nome delle per loro sempre attuali ragioni di sicurezza. 
 Un’operazione intimidatoria verso le Ong e di propaganda e un probabile aumento dei morti in mare: questo, in sintesi, quanto produrrà il codice Ong, a nostro avviso un tentativo maldestro di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dall’incapacità della UE e dell’Italia di trovare soluzioni giuste e praticabili alla crisi umanitaria che investe il vecchio continente.Infatti a firmarlo sono state solamente due Ong (Save the children e Moas, a cui si aggiungerà la spagnola Proactiva Open Arms che ha comunicato formalmente la sua adesione), mentre le altre se ne sono tirate fuori.A non convincerci, in particolare, sono due punti: la presenza a bordo delle navi di agenti di polizia giudiziaria armati, che rappresenta un ulteriore elemento di criminalizzazione dei migranti nel momento in cui sono più vulnerabili; e la richiesta di dichiarare fonti di finanziamento a Ong che pubblicano già i loro bilanci on line, un aspetto che serve solo a creare diffidenza nei loro confronti.Insomma, si aggiungono solamente degli ulteriori elementi di “controllo” nei confronti delle organizzazioni umanitarie, che hanno in questi mesi tratto in salvo il 40% delle persone sbarcate in Italia, suggerendo che esse non agiscano correttamente e che il loro operato vada monitorato in maniera sempre più stringente. Distogliendo l’attenzione da quello che dovrebbe essere l’unico e fondamentale obiettivo in questo momento così drammatico: salvare vite in mare.Mentre l’obiettivo del codice Ong sembra essere solo bloccare i flussi, impendendo alle persone di mettersi in salvo, e consegnandole di fatto a bande criminali che controllano il territorio e i porti libici.Chiediamo all’UE di attivare quanto prima la Direttiva 55/2001, indicando la strada della solidarietà e condivisione e non della chiusura e dell’egoismo; di aprire canali di accesso legali e sicuri sottraendo le persone in cerca di protezione al ricatto dei trafficanti; di mettere in campo un programma europeo di ricerca e salvataggio. Misure che darebbero finalmente centralità alla vita e dignità delle persone e credibilità al nostro Paese, isolando i predicatori d’odio e razzisti di professione.

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