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I circoli della pace in Iraq: un progetto di Arci Toscana che è una piccola rivoluzione

Il racconto di Carla Cocilova (ARCI Toscana) al rientro dalla visita in Iraq dove sono stati inaugurati due centri giovanili nell’ambito di un progetto di inclusione sociale per le minoranze portato avanti da ARCI Toscana.

 

 

Era il 2013 quando ARCI Toscana, insieme a “Un ponte per“ e ad una rete di enti locali dell’area pisana, decise di presentare un progetto sull’inclusione dei giovani appartenenti alle minoranze in Iraq. L’Unione Europea ci finanziò il progetto con interesse, individuando fin da subito nell’apertura di centri giovanili aperti a tutti il voler affrontare con forza quello che era per il paese il principale nodo non risolto: la separazione tra i diversi gruppi etnici e religiosi, i conflitti atavici tra questi, l’alimentarsi continuo di scontri favoriti anche dalle ingerenze esterne.

Seppur con alcune modifiche in corso d’opera, causate dall’occupazione di molti territori e città – tra cui Mossul e Sinjar, che avrebbero dovuto far parte della rete di cooperazione – da parte delle milizie islamiche del Daesh nell’agosto 2014, il progetto in questi anni ha preso forma.

Sono, così, stati inaugurati due centri giovanili e culturali, due “Circoli della Pace” in cui ragazzi e ragazze di diversi gruppi etnici e religiosi – sunniti e sciiti, yazidi, cristiani e Ka’k – parlano di promozione culturale, non violenza, peace building, e praticano attività sportive, costruendo luoghi in cui organizzare attività ricreative e culturali, fare proposte, partecipare, fare formazione.

Il centro dei giovani di Erbil si trova proprio al centro di un piccolo campo di sfollati siriani, principalmente donne e bambini, gli uomini se ne sono andati a combattere o a cercare un lavoro, anche in Europa. I ragazzi del centro ci accolgono con una festa: un rappresentante per ogni comunità recita una poesia o racconta una storia, i ragazzini mettono in atto una scenetta in cui il figlio vuol emigrare per mare e la madre disperata cerca di fermarlo, un po’ di musica e qualche dolce. Una festa certo, ma che non dimentica la disperazione che queste persone stanno vivendo: nelle loro parole, nel teatrino dei bambini, nelle lacrime che scendevano a molti.

A fine festa molti tornano nelle loro tende o nei loro container: madri sole con figli, tante ragazze truccate e vestite per l’occasione, i bambini che volevano farsi le foto, gli educatori del centro, gli anziani che non pensavano avrebbero dovuto vivere anche questo nella loro vita.

 

Il centro culturale di Dohuk si presenta invece come una deliziosa villetta, in un quartiere qualsiasi di questa cittadina di montagna con un’importante università e un interessante fermento culturale. Dohuk è così vicina al fronte con Daesh (circa 10 km il punto più vicino), che i parametri di sicurezza per raggiungerla rendono il viaggio lunghissimo. La città ospita da sola circa 700.000 sfollati, più o meno la metà di quelli attualmente residenti in Kurdistan. Il centro giovanile è in parte già funzionante e piano piano iniziano ad arrivare studenti universitari, giovani attivisti appartenenti alle diverse minoranze. Negli occhi dei ragazzi si legge il desiderio di vedere che questo luogo diventi quanto prima il più aperto possibile, un luogo in cui tutti possano sentirsi a casa propria, un luogo protetto e partecipe di un progetto comune, che parli un linguaggio diverso da quello della guerra e della violenza assoluta.

Il centro culturale di Dohuk è una speranza per la costruzione di un nuovo Iraq e di un nuovo Medio Oriente e le ragazze e i ragazzie iracheni che abbiamo incontrato ci appaiono coraggiosi e rivoluzionari nonostante quello che hanno vissuto. Oltre a far fronte alle necessità dei propri gruppi di appartenenza, si impegnano anche, a fianco di ONG locali, nella gestione dei campi profughi dei siriani.

Già, i siriani, accusati di invadere la nostra Europa e che cercano soltanto di costruirsi un futuro possibile. Nel solo Kurdistan iracheno ce ne sono circa 1 milione dislocati in diversi campi e, anche se il governo locale ha deciso di accoglierli, con cospicui fondi internazionali, la loro condizione resta un’emergenza umanitaria di proporzioni enormi.

Abbiamo avuto modo di visitare il campo di Qushtap, a 20 km da Erbil. Un campo che accoglie 3000 persone, principalmente donne e bambini, in un non-luogo privo di qualsiasi infrastruttura. Tende e container, un unico tank per l’acqua, servizi igienici in comune e alcuni tentativi di ricreare una certa normalità: un parco giochi polveroso, il verduraio, perfino un negozio di vestiti da cerimonia. Le assistenti sociali che gestiscono un piccolo centro di aggregazione all’interno del campo ci raccontano come la loro vita sia finita in Siria, quando sono fuggiti dalla zona di Raqqa, ormai nel 2011, e come non riescano a vedere uno spiraglio di luce per loro e per i loro figli, come si intuisce bene dalle parole di una donna incinta di 7 mesi che racconta la propria storia accarezzandosi la pancia.

Oltre ai problemi legati alla sopravvivenza e alla difficile quotidianità, tanti sono quelli meno visibili e forse per questo più pericolosi: la solitudine, la depressione e l’apatia, le migrazioni degli uomini di cui spesso le donne non sanno più niente, i matrimoni precoci delle bambine. Provano a organizzarsi, spingono le donne a partecipare ad alcune attività ma non è semplice in quel contesto. “Gli internazionali, le Nazioni Unite, ci dicono che è necessario accogliere gli sfollati perché è una questione di diritti umani, e noi diciamo ‘Certo!’ e il governo curdo, sebbene sia un governo dalle mille contraddizioni, decide di mettere in atto una politica di accoglienza. Poi succede che l’Europa chiude le frontiere, che fa morire migliaia di essere umani in mare, e allora ci diciamo ‘Ma di cosa stiamo parlando?’. Sono questi i diritti umani in cui dobbiamo evolverci, è questa la democrazia che avete provato con le armi a esportare in Iraq? Non venitelo a raccontare a noi cosa significa essere solidali e accoglienti”. Queste le parole di un referente dell’associazione Al-Mesalla, una delle organizzazioni più attive, parole che ci mettono davanti alla verità, all’inadeguatezza del nostro sistema spacciato per assoluto e a quanto siano importanti le piccole azioni rivoluzionarie, come quelle che ARCI fa e supporta, in Italia come in Iraq e in altre parti del mondo.

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