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A Beirut un’esperienza interessante sull’antirazzismo e i lavoratori migranti

Simone Ferretti, responsabile immigrazione di Arci Toscana, ci racconta l'esperienza in Libano di una delegazione del comitato.

 

Quella libanese è una società in cui la guerra civile ha lasciato non solo cicatrici, ma ferite ancora aperte e profonde. Una società di stampo comunitario e confessionale, che si regge su un equilibrio precario, sempre sull’orlo di nuovi scontri, e con una situazione complessa sul fronte immigrazione.

A fronte di circa 4 milioni di libanesi, in Libano ci sono oggi 1.400.000 profughi siriani e 400mila profughi palestinesi. Proprio l’afflusso di profughi dal confine siriano, negli ultimi 4 anni, ha portato alla nascita di molte nuove associazioni che ogni giorno, tra mille difficoltà per noi inimmaginabili, si impegnano per costruire un percorso di dialogo tra i diversi gruppi.

Una delegazione di Arci Toscana si è recata in questi giorni in Libano per verificare lo stato dell’arte di un percorso che la vede da anni impegnata su quei territori e per incontrare, tra gli altri, i rappresentanti di una delle associazioni più attive nella zona di Beirut: ARM - Anti Razism Movement, nata 3 anni fa grazie all’impegno di un gruppo di giovani volontari, per difendere i diritti dei migranti. ARM, in collaborazione con i leader delle comunità migranti, conduce un puntuale lavoro promuovendo con iniziative e campagne l’auto-organizzazione delle diverse comunità, con un focus sulle lavoratrici e sui lavoratori migranti, soprattutto collaboratrici e collaboratori domestici, vittime di un sistema di sfruttamento legalizzato.

Sono circa 250mila, infatti, i lavoratori migranti in Libano che, per la maggior parte, sono sfruttati grazie a leggi sul lavoro discriminatorie, e non hanno regole e norme di riferimento che disciplinano il loro specifico settore. Tutto questo è possibile grazie a una legge sull’immigrazione che trova il suo fondamento sul così detto ‘sistema di sponsorizzazione’ - nei fatti non molto distante dall’idea che era alla base della legge Bossi-Fini - che esclude la possibilità di visti turistici per chi proviene da alcuni paesi, soprattutto del sud-est asiatico e Africa centrale, e prevede che l’ingresso in Libano e il rilascio del permesso di soggiorno sia subordinato all’invito da parte di un datore di lavoro che poi, di fatto, dispone del lavoratore. Il lavoro di ARM è di un’importanza e concretezza tali che, entro il 2016, l’associazione passerà da 1 a 3 centri nella zona di Beirut (dove più alto è il numero di migranti) e ad oggi è frequentata da circa 200 persone, per la maggior parte donne, lavoratrici domestiche che hanno imparato a organizzarsi per rivendicare i propri diritti, tanto da guadagnarsi, all’inizio del 2015, finalmente, anche la difesa da parte del sindacato, con la nascita di una nuova categoria che rappresenta circa 500 persone iscritte, e la cui classe dirigente si sta formando proprio insieme e grazie ad ARM.

Una realtà determinante per la formazione di una consapevolezza dei propri diritti da parte delle fasce più deboli, con la quale scambiarsi buone pratiche e aprire un confronto su tutto il mondo mediorientale.

Un percorso che crediamo debba essere al centro di una più ampia costruzione di una rete per i diritti dei migranti nel Mediterraneo, percorso nel quale Arci Toscana vuole investire il suo impegno nei prossimi mesi.

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