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Difendere il patrimonio storico culturale in aree di guerra

Partendo dal ricordo di Khaled Asaad e Fabio Maniscalco, che hanno sacrificato la propria vita per difendere il patrimonio culturale universale dalle barbare distruzioni della guerra, una riflessione del presidente di Arci Toscana sull’opportunità di istituire figure di pace, operatori culturali per la difesa del patrimonio storico in area di guerra.


 

Siamo rimasti attoniti e sgomenti di fronte all’efferato assassinio di Khaled Asaad, archeologo siriano per quaranta anni direttore del sito archeologico di Palmira. La barbarie terrorista dello stato islamico questa volta si è accanita contro un inerme studioso ultraottantenne, da anni in pensione, ma ancora vigoroso difensore del patrimonio dell’Umanità. Nel maggio scorso, quando le milizie fondamentaliste stavano arrivando a Palmira, Asaad partecipò attivamente all’operazione di smontaggio e rimozione degli antichi fregi e delle statue del sito allo scopo di ricoverarle in rifugi al sicuro in zone sotto il controllo del governo siriano. In questo modo l’anziano archeologo ha salvato migliaia di oggetti di inestimabile valore, che sarebbero stati distrutti dalla furia iconoclasta o, più probabilmente, immessi nel mercato illegale gestito delle archeomafie con cui l’IS si finanzia con la complicità criminale degli antiquari occidentali. Quando Palmira è caduta sotto il controllo dello stato islamico Asaad è stato ricercato e incarcerato nell’indifferenza della comunità internazionale. Prima di essere ucciso è stato torturato per indurlo a confessare dove avesse nascosto i preziosi reperti. Quindi, senza alcuna pietà per la sua età, è stato decapitato sulla pubblica piazza ed il suo corpo sfregiato è stato appeso ad una colonna romana del sito archeologico di Palmira. L’Arci ha condannato con sdegno la barbarie dei signori della guerra dello stato islamico contro la popolazione inerme e gli intellettuali, esprimendo la sua fraterna solidarietà alla comunità culturale siriana e alla famiglia dell’archeologo ucciso, colpevole di aver difeso la cultura e con essa il diritto delle generazioni future a godere delle bellezze artistiche del suo splendido Paese. Khaled Asaad è un eroe della resistenza contro la violenza oscurantista del fondamentalismo religioso.Il suo sacrificio richiama la nostra associazione alla necessità di porre tra le nostre priorità di azione nella solidarietà internazionale quella di difendere il patrimonio culturale dell’Umanità minacciato dalle crisi militari e socio economiche. La maggior parte dei commentatori afferma che Khaled Asaad è morto perché in Siria gli archeologi, i soprintendenti e i conservatori dei musei sono stati lasciati soli dalla comunità internazionale a difendere lo sconfinato patrimonio del Paese. Per denunciare l’assassinio di Asaad il ministro Franceschini ha giustamente indetto una giornata di bandiere a mezz’asta in tutti i musei, i siti archeologici e le soprintendenze d’Italia. Franceschini ha peraltro affermato durante il recente meeting mondiale dei ministri della cultura a Milano, che i tempi sono maturi per istituire i ‘caschi blu della cultura’ per la difesa del patrimonio storico artistico in aree di guerra. Questa coraggiosa proposta, unica nel panorama internazionale, non ha avuto il risalto che meritava e anzi ha ricevuto critiche ingenerose, perlopiù frutto di ignoranza. Il Ministro ha invece dato seguito ad un principio che dovrebbe essere obbligatorio per tutti i paesi che hanno firmato la Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione del patrimonio culturale in area di crisi, e che invece solo l’Italia ha rispettato. La Convenzione prevede esplicitamente all’art. 7 che in tutti i corpi d’armata, compresi i contingenti in missione estera, debba essere presente personale specializzato nella tutela del patrimonio culturale. L’unico paese firmatario della convenzione che ha dato seguito a quest’obbligo è stato l’Italia: per volere del Presidente Scalfaro venne istituito un corpo speciale per i beni culturali nei contingenti italiani nei Balcani, anche forzando i mandati dei contingenti internazionali previsti dagli accordi di Dayton , in seguito, i protocolli di ingaggio NATO in Kosovo (gli USA, come Israele, non riconoscono la convenzione). Il comando delle operazioni delle squadre italiane fu affidato all’archeologo Fabio Maniscalco, la cui vicenda professionale ed umana è raccontata da Laura Sudiro in un volume appena uscito per Skira. I militari guidati da Maniscalco hanno di fatto salvato decine di monumenti, impedito spoliazioni di siti archeologici, preservato antiche costruzioni dalla furia distruttiva delle milizie. Maniscalco è stato ucciso dagli effetti delle bombe all’uranio impoverito con cui è venuto in contatto tra le macerie dei monumenti che proteggeva. Questo suo stesso impegno è stato replicato in seguito dal contingente italiano in Libano, e noi dell’Arci siamo testimoni della bonifica dalle mine, dagli ordigni inesplosi e dalle schegge contaminate eseguita dai militari italiani nei castelli medievali della provincia di Tiro (bombardati dagli Israeliani) per permettere l’azione dei restauratori. In attesa dunque che il Ministro specifichi cosa intende davvero per «caschi blu dei beni culturali» dovremmo interrogarci sull’opportunità di proporre a sua volta l’istituzione di corpi civili di pace costituiti da operatori culturali che possano contribuire alla difesa del patrimonio storico in area di guerra. Lo dobbiamo anche alla memoria di persone come Khaled Asaad e Fabio Maniscalco, archeologi e intellettuali che hanno sacrificato la propria vita per difendere il patrimonio culturale universale dalle barbare distruzioni della guerra.

Gianluca Mengozzi Presidente Arci Toscana

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