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Dalla Palestina: VIVERE ALL’OMBRA DEL MURO

Intervista a Shadi Zmorrod, fondatore e presidente del Palestinian Circus School

 

(Intervista e traduzione a cura dell’associazione Carretera Central)

 

 

(foto di The Palestinian Circus School, con Mohammad Salaymeh, ucciso nel dicembre del 2012 il giorno del suo diciassettesimo compleanno)

 

1. La Scuola di Circo Palestinese opera in Cisgiordania. Quali sono i problemi che bambine/i e giovani palestinesi incontrano quotidianamente a causa dell’occupazione?

Innanzitutto l’occupazione israeliana non è soltanto l’occupazione di una terra, ma mira a piegare lo spirito ed il modo di pensare dei Palestinesi. Mentre in ogni parte del mondo i bambini vanno a scuola ogni giorno in auto o a piedi, le/i ragazze/i palestinesi devono attraversare il muro di segregazione razziale ed i check points nei quali vengono insultati, perquisiti, denudati, arrestati e picchiati, alcuni di loro arrivano in ritardo a scuola, mentre altri non arrivano affatto perché sono incarcerati dagli israeliani, o uccisi come è accaduto al nostro studente Mohammad Salaymeh il 12 Dicembre 2012, data del suo diciassettesimo compleanno. Citando Wikipedia, secondo quanto riportato dalla sezione palestinese dell’associazione Defence for Children International, (DCI / PS) dal 2000 al 2009, 6.700 palestinesi tra i 12 ei 18 anni sono stati arrestati dalle autorità israeliane. Nel 2009 un totale di 423 persone era imprigionato in centri per l’interrogatorio e carceri israeliane. Nel mese di aprile 2010 il numero è sceso a 280. DCI / PS afferma che tutte queste detenzioni sono avvenute in violazione delle disposizioni internazionali. Fino ad agosto 2013, 193 minori erano imprigionati, e secondo The Economist, "quasi tutti" venivano "condotti in tribunale con mani e piedi incatenati”.

2. Il primo spettacolo prodotto dal Palestinian Circus School si chiama “Circus Behind the Wall” (“Circo dietro il muro”). Cosa vuol dire per i giovani vivere all’ombra del muro?

“Circus Behind the Wall” è stato creato a partire dalle esperienze di vita quotidiana dei palestinesi membri del gruppo, sia da quelle dei loro amici. Abbiamo voluto far conoscere il mondo del circo che, prima della creazione del Palestinian Circus School nel 2006, non si era posto l’obiettivo di far avvicinare l’identità palestinese ed il conflitto con una nuova forma d’arte nata in Palestina. Nello spettacolo non ci siamo occupati di politica, ma dei giovani e della vita dei giovani in Palestina che ogni mattina, aprendo gli occhi, si trovano di fronte il muro, del loro sentimento di rabbia quando attraversano i posti di blocco. Tutto ciò è parte delle nostra vita quotidiana, al pari di come lo è per voi dire “buongiorno” al vostro vicino. Ma, con lo spettacolo, abbiamo anche voluto lanciare un messaggio di speranza e, con la nostra ultima scena, in cui l’intero gruppo ha simbolicamente abbattuto il muro, un appello all’unità dei Palestinesi, nell’anno in cui era iniziato il conflitto tra Hamas e Fatah.

3. Creatività, Libertà di espressione e valorizzazione della diversità sono i pilastri per una società inclusiva su cui si basa la vostra organizzazione. Quali sono le sfide che vi trovate ad affrontare?

L’arte circense è del tutto nuova in una realtà come quella palestinese e l’immagine che riceviamo del circo proviene dalla tv. “Una ragazza in bikini su un trapezio”, questa è stata la prima frase che ho sentito quando ho iniziato a proporre la mia idea sulla creazione della scuola di circo. Sono stati necessari ricerche, approfondimenti speranza e determinazione per iniziare un percorso positivo con cui dimostrare alla nostra gente che noi, come Palestinesi, potevamo fare, in Palestina, arte circense nel totale rispetto delle tradizioni e della religione. Sicuramente realizzare un’integrazione tra uomini e donne è stata una grande sfida e, il solo modo per superarla, è stato quello di creare un rapporto di fiducia tra la scuola e la società, ma non credo che la creazione dei gruppi misti sia il solo punto importante da affrontare, piuttosto ritengo che sia molto più rilevante far acquisire ai ragazzi e alle ragazze palestinesi la consapevolezza delle proprie capacità fisiche, delle proprie abilità, dei propri limiti, dei propri punti di forza e delle difficoltà. Questo è un primo passo per unirli, e lo si può fare solo rompendo il giaccio e costruendo rapporti di fiducia.

4. Quali sono i rischi che affrontano i vostri operatori nel lavorare in questo contesto?

Siamo liberi di viaggiare, esibirci, insegnare e trasportare materiale circense finché non siamo costretti ad affrontare l‘ostacolo dei confini della Palestina. Quando dobbiamo esibirci nella parte est di Gerusalemme, nelle alture occupate del Golan, dobbiamo ottenere un permesso che il più delle volte viene negato ad una, due o tre persone del gruppo e ciò rende impossibile lo spettacolo, ma la opportunità di poter offrire uno spettacolo alla nostra gente in questa regione è un sogno, così ci impegniamo giorno e notte per riadattare lo show, proprio perché alcuni di noi non hanno ottenuto i permessi dagli israeliani. Economicamente, la situazione è sempre a rischio: così com’è instabile il contesto geo-politico, lo sono anche i finanziatori, così molto del nostro tempo è impegnato in ricerca fondi e rendicontazioni. Speriamo, un giorno, di poterci concentrare esclusivamente sugli aspetti sociali ed artistici del nostro lavoro e non sulla raccolta fondi.

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